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  Banksy, l'arte della guerrilla

Andando per ordine: ha sostituito con suoi personali remix 500 album di Paris Hilton in vendita nel Regno Unito, piazzato un detenuto di Guantanamo a Disneyland per oltre 90 minuti e sistemato un elefante rosso e adorno di fiori sulle pareti di un locale hollywoodiano pieno di star. Giusto per riassumere l'ultimo mese. Banksy è un "guerrilla artist" di Bristol (UK) noto in tutto il mondo per le sue performance sovversive realizzate in punta di piedi. Arriva, le molla lì e scappa. Tanto che c'è chi ha dubbi sulla sua reale identità.

Ma il suo forte sono i graffiti metropolitani. Quando lo scorso anno ha aperto una finestra sul muro che divide Israele dai territori palestinesi disegnando immagini satiriche della vita che si svolgeva dall'altra parte della barriera, ha spiegato il senso della sua arte stravagante in un'intervista pubblicata sul LA Weekly: "Certo alcune performance mi prendono interi giorni di lavoro, ma essenzialmente è un modo per dire che posto orribile sia il mondo, quanto è ingiusta, crudele e senza punti di riferimento la vita e allo stesso tempo è la via per evitare di pensare a tutto questo".

Al di là di quanto si potrebbe immaginare, nonostante il suo appeal da mainstreamer, Banksy è visto di buon occhio anche dai colleghi britannici meno conosciuti. Sembra che la sua mano sia incredibilmente affascinante, facile da leggere e comprensibile a tutti. Qualche mese fa a Bristol, sua città natale, uno dei suoi graffiti ha sollevato un dibattito pubblico: il consiglio cittadino voleva rimuoverlo, ma su richiesta degli abitanti del quartiere è stato deciso di non toccarlo. Amato da Hollywood, ammirato dai colleghi, inneggiato dal popolo, Banksy finisce per entrare nella top list dei guerrilleros solitari che si intromette nel quotidiano e lascia il segno.



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