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Second life. C'era due volte l'America.
Chi non vorrebbe una seconda opportunità? Un'altra vita è possibile, basta avere carta di credito e connessione a banda larga. Second Life è l'ultima frontiera del sogno americano, è il mondo dell'immaginazione, "l'alternativa" che permette di ricominciare da capo. Nuovo nome, nuovo aspetto, nuovo lavoro, nuovi amici, nuovi amori. L'ennesimo gioco di simulazione sulla scia di SimCity e Habbo Hotel? Non proprio, Second Life supera il confine dell'emulazione, con tanto di valuta propria, i Linden Dollars, convertibili direttamente in dollari americani, e una fitta schiera di partecipanti che abbandona il lavoro reale per vivere esclusivamente grazie all'economia virtuale.
È iniziato tutto tre anni fa, quando Philip Rosedale, ex capo di Realnetworks, e fondatore del Linden Lab, compagnia specializzata nell'entertainment in 3d, creò un mondo a tre dimensioni aperto a chiunque volesse inventare nuove versioni di sé: oggi oltre un milione di persone (che aumentano del 36% al mese) popola un universo immateriale a immagine e somiglianza di quello che conosciamo. Ma non è tutto precisamente identico ad un giorno di ordinaria realtà. Ad esempio i mezzi più utilizzati per muoversi sono il teletrasporto e il volo, mentre un semplicissimo cubo è l'unità fondamentale per costruire qualsiasi cosa in Second Life, da una cattedrale a una macchina sportiva. Particolari capaci di stuzzicare le menti più sopite, se non fosse per un'innata affezione del gioco verso le carte a sedici cifre. In un mondo che permette di comprare anche l'organo sessuale dei sogni, che la priorità sia l'American express e simili non può stupire.
E l'odore dei Linden dollars, insieme alla possibilità di presenziare con i propri prodotti un mondo dalle potenzialità enormi, ha stuzzicato i brand più attenti, che non si sono fatti sfuggire l'occasione di aprire virtual store. Non solo nella seconda vita gli avatar devono mangiare, vestirsi e divertirsi (spendendo dunque soldi), ma hanno soprattutto il desiderio di raccontare agli altri abitanti quale è il proprio modo di essere. Ecco allora che le aziende puntano tutto sulle fashion victims, affinché diventino i loro testimonial virtuali. Un'occasione in più per il product placement e, perché no, per guardare dallo spioncino i movimenti degli avatar/consumatori. Che neanche questa volta possono dimenticare il portafogli a casa. Peccato!
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