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VOICEOVER: zona d’ascolto
Intervista a Luca Ricolfi, Docente di Metodologia della ricerca psicosociale all'Università di Torino.

Un gioco sociale più o meno gradevole, o anche qualcosa di simile al punto-giochi dell’Ikea. La politica in Rete è un animale strano. Che attrae, ma sembra quasi prendere per i fondelli. Una sorta di illusione consapevole. Così almeno ce ne parla Luca Ricolfi, docente di Metodologia della ricerca psicosociale all’Università di Torino e autore di molti volumi sulla politica italiana.
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Tempo fa in un tuo studio parlavi dell’influenza della TV sulle decisioni di voto. Credi che anche i social network siano capaci di influenzare le scelte elettorali? Come rispetto alla TV?
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C’è una differenza logica: quando si parla di influenza della Tv generalista si parla di pochi, pochissimi attori istituzionali (attualmente 7, ossia le principali reti nazionali), dotati di intenzionalità e di preferenze politiche, che possono spostare voti più o meno volutamente. Le reti di utenti Internet, invece, sono centinaia di migliaia, spesso prive di finalità politiche specifiche, e possono avere effetti sul voto nello stesso senso in cui vedere Sanremo, chiacchierare in un pub, o farmi una sciata con gli amici possono avere qualche effetto – di solito un piccolissimo effetto – su di me e quindi su alcuni dei miei comportamenti.
Data questa struttura di formazione e propagazione degli effetti, tenderei a pensare che la maggior parte delle modificazioni di stati mentali generate in rete si elidano (quel che in statistica chiamiamo talora “rumore di Borel”), specie in un paese come l’Italia in cui non è ancora molto diffusa l’abitudine di usare Internet per la campagna elettorale (a occhio, Usa e Francia mi sembrano un po’ più avanti lungo questa via).
C’è poi da considerare che molta navigazione politica in rete è ultraselettiva, nel senso che cerca rinforzi a preconcetti, più che informazione dissonante. E’ solo una congettura, ma non escluderei che – in rete – i processi di cristallizzazione delle opinioni prevalgano su quelli di fluidificazione.
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Pensi che il web sia un luogo dove poter fare politica?
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Più che pensarlo lo constato. Il web soddisfa il bisogno di protagonismo e il narcisismo dei cittadini politicamente attivi, creando una sensazione di importanza e di influenza. Però, anche se quella di contare resta per ora un’illusione, la politica sul web è secondo me un fatto positivo, come canale e strumento di partecipazione: molti cittadini, se non ci fosse il web, semplicemente non parlerebbero di politica, o lo farebbero molto di meno.
- Il web collaborativo in cui l’utente ha sempre più voce rappresenta un rischio o un’opportunità per i partiti impegnati in una campagna elettorale?
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Rappresenta un’opportunità, perché i partiti se ne infischiano delle opinioni dei loro simpatizzanti. Il web permette di creare partecipazione, senza obbligare i partiti a fornire risposte puntuali. I guai per i partiti comincerebbero se qualcuno inventasse un sistema per vincolarli a dare delle risposte.
Sembra incredibile, ma quasi nessuno ricorda mai che democrazia non significa solo che partiti e istituzioni ascoltano la voce dei cittadini, ma anche che si obbligano a rispondere (su questo, vedi lo splendido libro di Italo Fontana: Non sulle mie scale, Donzelli 2001).
Da questo punto di vista i siti dei partiti sembrano punti-gioco dell’Ikea (quelli pieni di palle colorate, dove i marmocchi vengono parcheggiati mentre mamma e papà fanno shopping): il bimbo-elettore viene lasciato a razzolare con tanti suoi consimili, e poi al momento delle elezioni i genitori-partito passano a “ritirare” il suo voto.
- Credi che la partecipazione della gente a spazi virtuali dedicati alle elezioni sia una reazione all’estraneità che in molti avvertono verso il mondo politico, una sorta di "riappropriazione del potere dal basso"?
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Sì, penso che sia così, ma che sia un’illusione consapevole. La gente ha capito che i partiti non hanno alcun genuino interesse ai problemi delle persone. Navigare su Internet, indignarsi, protestare, scherzare, discutere con altri cittadini, produrre piccoli testi sono anche strumenti di autodifesa e autoconsolazione. Certo, qualcuno crede di “riappropriarsi” di un po’ di potere, ma credo che la maggior parte sappia benissimo – in cuor suo – che sta solo partecipando a un gioco sociale più o meno gradevole.
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