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CONTENUTI
Città creative - Intervista a Maurizio Carta
Street Art e memoria collettiva
xister lancia Scala Mercalli
il Premio Terna per l'arte contemporanea

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La cultura, la comunicazione, la collaborazione: un intreccio virtuoso che fa del territorio urbano un tessuto ad alto potenziale creativo. Nel suo ultimo libro, "Creative City", Maurizio Carta esplora le dinamiche delle città del XXI secolo, ne analizza i segni e traccia gli strumenti necessari ad uno sviluppo armonico dello spazio in cui le persone vivono. Il professore fa una riflessione che parte e ritorna alla cultura e alla creatività come elementi distintivi di spazi urbani al passo con i tempi. E qui ci racconta come si è sviluppata la sua ricerca e le affinità che un'architettura della creatività può avere con il behavioural marketing e i cultural media.

Professore, nel suo ultimo lavoro parla delle città creative come “moltiplicatori di capitale urbano”, ci può spiegare cosa intende precisamente?
Siamo entrati nell’Era Urbana e la città creativa di cui parlo nel mio ultimo libro ci si propone come uno scenario fecondo per l’innovazione dell’urbanistica e della progettazione urbana verso la capacità di guidare le profonde trasformazioni che le città stanno producendo come poderosi motori dello sviluppo. Le città più dinamiche del futuro prossimo – quella di cui stiamo già vivendo il prologo – saranno città creative, non solo detentrici di poderose risorse culturali, ma soprattutto produttrici di nuova cultura, creatrici di nuovo valore urbano, capaci di moltiplicare gli investimenti e le culture-based competition cities del XXI secolo saranno, infatti, quelle città in grado di competere nel panorama internazionale attraverso la valorizzazione e la promozione della propria identità culturale e la creazione potente di nuove identità urbane in evoluzione.
In questo scenario evolutivo, in questa dinamica di mutamento diventa necessario comprendere e giudicare come stiano cambiando le città e i territori, convinti che sia necessario non solo il riconoscimento del ruolo degli “agenti di creatività” nello sviluppo delle città, ma anche l’impegno che la stessa “creatività urbana” costituisca un fattore primario dell’evoluzione delle comunità e dello sviluppo economico. La città deve tornare a “generare valore” a partire dalle proprie risorse spaziali, sociali, culturali e relazionali. Si tratta di affiancare il punto di vista degli urbanisti a quello dei geografi, dei sociologi e degli economisti nell’indagine sulla città creativa: perché dobbiamo accontentarci di pensare che sono solo alcuni mestieri a produrre la creatività delle città e non dobbiamo pensare che sia la città stessa, l’intelligenza collettiva dei suoi abitanti e il milieu creativo dei suoi luoghi, ad innescare quelle scintille in grado di accendere risorse, produzioni e qualità in grado di alimentare le forze di sviluppo che dalle città si diramano per “guidare il pianeta” nel secolo urbano che abbiamo davanti.
L’utilizzo della creatività urbana genera effetti positivi sullo sviluppo della città, in termini di valore aggiunto e di moltiplicatore economico per le altre attività produttive, oppure in termini di sinergie prodotte. Le economie creative sono in grado di produrre notevoli entrate nell’economia urbana, le quali possono essere utilizzate per pagare i costi dei servizi pubblici e dell’infrastrutturazione, in un circuito virtuoso tra creative economy e welfare urbano. E’ il caso di Malmö e Stoccolma, le quali hanno reinvestito nei servizi collettivi una parte della redditività prodotta. Un distretto creativo agisce anche sull’immagine del luogo rafforzando l’identità percepita all'esterno e attivando spinte che incidono sulla sua "vocazione": se le creative industries raggiungono una significativa posizione competitiva a livello internazionale, il distretto creativo stesso tende a diventare un brand della città, intervenendo sulla sua riconoscibilità. E’ il caso del Guggenheim Museum a Bilbao, delle imprese della moda e del design a Milano, della Biennale a Venezia, solo per fare alcuni esempi.

A cosa si riferisce in pratica quando parla di “classe creativa”?
Le città posseggono una risorsa cruciale: la popolazione, il capitale umano di conoscenze, creatività e mobilitazione e l’energia collettiva che ne scaturisce, ma solo se in condizione di cooperare per lo sviluppo e di mobilitarsi sul progetto collettivo di futuro. Nell’Era Quinaria in cui stiamo entrando le ambizioni delle donne e degli uomini, i desideri delle giovani generazioni e le loro tensioni, le motivazioni della classe produttiva e la sua fecondità, l’immaginazione della classe creativa e le attività legate alla conoscenza costituiscono fattori strutturali nella costruzione dello sviluppo, insieme alla localizzazione spaziale, alle risorse naturali e all’accesso ai mercati come risorse della competitività urbana. La creatività di coloro che vivono, costruiscono, usano o attraversano le città determinerà il futuro successo delle metropoli, consentendo ad alcune città medie di diventare “città capitali” anche se non collocate in posizioni centrali rispetto ai tradizionali flussi o se non in possesso di elevate risorse materiali (dall’industria, alla logistica, alla finanza). Città capaci di intercettare “creativamente” le energie di flussi, di persone e di capitali che attraversano il pianeta, di fungere da commutatori locali di tali energie e capaci di “generare” valore territoriale (qualità, felicità, libertà, opportunità e democrazia).

Qual è il ruolo della cultura ai fini dell’emancipazione urbana?
Partiamo dalle tre chiavi che Richard Florida riconosce come fattori in grado di alimentare l’insediamento della classe creativa: la presenza nelle città della Tecnologia, del Talento e della Tolleranza individua senza dubbio componenti rilevanti ma incomplete. In una visione “progettuale”, maggiormente strutturale, esiste una quarta T: il Territorio come risorsa di eccellenza, come alimentatore di nuove economie reali, come produttore di valore nel nuovo e potente “capitalismo di territorio”. Non possiamo limitarci, quindi, a computare la presenza e il valore delle 3 T, ma dobbiamo miscelarle con la quarta: il Territorio – oggi sempre più coincidente con la Città – nell’interazione con le componenti della classe creativa funge da “catalizzatore”, ne fa precipitare la funzione producendo non solo un’energia di capitali che attraversa le città, ma una vera e propria energia urbana, attivando la “funzione motrice della città” come generatrice di valore per l’evoluzione della comunità.
I fattori competitivi della città creativa sono riassumibili in 3 C: Cultura, Comunicazione e Cooperazione (Carta, 2007). In particolare, ritengo che la Cultura sia il fattore primario della creatività urbana, una risorsa che affonda le radici nel palinsesto della storia delle città e che protende i suoi rami nel futuro. La cultura delle città europee è composta da luoghi e da persone, da patrimoni ma anche da identità civica, e costituisce la loro “struttura fibrosa”, il loro carattere distintivo capace di resistere alle tentazioni della globalizzazione omologante. L’identità culturale di una città ne costituisce quindi il talento, la sua risorsa distintiva e competitiva, il suo valore da mettere in gioco, la sua eccellenza prodotta dalla storia e consegnata all’evoluzione. Le risorse culturali, quindi, non si limitano ad attraversare le reti immateriali della storia, dell’arte o della formazione, non si accontentano di attivare eventi e manifestazioni temporanee, ma si concretizzano in luoghi ed occasioni di incontro per la comunità e si consolidano nei servizi e nelle centralità culturali (i teatri, le sale da concerto e i mediastore, i musei e le gallerie, gli auditorium e le biblioteche, ma anche i caffè, le associazioni culturali, etc.). Nell’ottica progettuale che ci guida, quindi, il “talento” di una città (nel rispetto dell’origine greca del termine) deve essere messo in grado di generare nuovo valore, non può essere solo protetto, conservato, riservato, ma deve essere immesso nel circuito virtuoso dell’economia della cultura, della geografia dell’esperienza e del progetto della qualità. La Cultura, quindi, agisce nel dominio delle risorse come potente risorsa di innovazione permanente, e come moltiplicatore degli investimenti per rendere la città più creativa, essa si propone come “capitale” da utilizzare per rigenerare i luoghi, come materiale progettuale solido e non solo come risorsa immateriale ed effimera.

A Roma si sta svolgendo Scala Mercalli, la più grande mostra di Street Art mai realizzata in Italia: l’opera di oltre cinquanta artisti di strada ha invaso la capitale. Quale crede che sia il ruolo di chi fa dello scenario urbano la propria tela?
Il ruolo dei “creativi” è fondamentale a patto di capire entro quale azione complessiva è inserito, entro quale ambiente creativo sono inseriti.
Una domanda è inevitabile: tutte le città possono diventare creative, tutte possono ambire ad essere nei tempi brevi un nodo dell’armatura di creatività che reticola il pianeta? La domanda chiede di riconoscere ed analizzare la presenza di un milieu creativo che costituisca la risorsa primaria, il codice genetico su cui attivare la città creativa. Il milieu della creatività è un luogo, sia una parte di città che la città intera, che contiene le necessarie pre-condizioni, in termini di infrastrutture materiali e immateriali, per produrre dinamismo, per generare un flusso di idee creative, per attivare innovazione e per generare azione. Un milieu creativo è quindi un sistema locale dove esista una massa critica di amministratori, imprenditori, intellettuali ed attivisti sociali, progettisti ed artisti, promotori, ricercatori e studenti capaci di operare in un contesto aperto e in possesso di relazioni globali e dove la stretta interazione spaziale è in grado di creare nuove idee, prodotti, servizi e istituzioni e quindi, come conseguenza, contribuire allo sviluppo economico e qualitativo. Il milieu creativo è identificabile attraverso sette principi che permettono sia di riconoscerne l’esistenza che di guidarne il potenziamento. Un ambiente urbano creativo è quindi declinabile come un luogo caratterizzato da forme di comunicazione informale e spontanea e da un ambiente disponibile ad accogliere la diversità e la varietà delle culture, delle etnie e delle classi (indice di interazione), così come avviene in un centro storico ancora coeso con insediamenti integrati di diverse etnie, o in alcuni quartieri in cui ancora sia forte il senso di appartenenza ad una micro-comunità, o nei quartieri prossimi ai grandi porti, luoghi per eccellenza produttori di scambi, di commerci e della più vivace multiculturalità;
Ancora, un ambiente urbano creativo è un luogo in cui si riconosce la presenza di una sorta di “instabilità strutturale”, una energia potenziale (fisica, economica, ma soprattutto prodotta dall’effervescenza del capitale umano) necessaria a produrre una perturbazione nel contesto ed una conseguente tensione che produce lo squilibrio tra la situazione attuale e le prospettive evolutive; tale situazione presuppone la presenza di una tensione propositiva della popolazione alla mobilitazione ed alla cooperazione per vincere la sfida contro la marginalità e contro il declino (indice di perturbazione). Frequente è la presenza di tale “instabilità creativa” in alcune grandi periferie o in enclave del tessuto consolidato in cui la marginalità invece che stigma ha prodotto coesione sociale e volontà di mutamento, ed il malessere ha generato una tensione positiva che aspetta di essere orientata dalla sapienza del progetto urbano.

Come giudica l’idea, che xister sostiene da tempo, secondo cui è solo facendo da sponda alle istanze culturali emergenti e rimettendole in gioco nel lavoro quotidiano che la comunicazione di impresa diventa un’azione di successo, adeguata alle esigenze di consumatori sempre più evoluti?
Tra i fattori di creatività urbana io colloco la Comunicazione, cioè la capacità della città di informare, divulgare e coinvolgere in tempo reale i suoi abitanti e, sempre di più, i suoi molteplici utilizzatori che la attraversano, che la permeano, che la connettono con altre realtà. La città è sempre stata un potente strumento comunicativo, è stata “città della memoria” quando costituiva l’enciclopedia materiale a cui attingevano i suoi abitanti, ed è ancora oggi grande risorsa narrativa. La funzione comunicativa delle città è uno dei più potenti fattori di creatività, poiché consente di far addensare il milieu entro cui agiscono gli attori della trasformazione, orientando risorse ed attori verso obiettivi comuni. Nell’era dell’informazione, inoltre, la comunicazione urbana facilita la partecipazione e consolida le aggregazioni, contribuendo a ridurre le conflittualità e ad agevolare le strategie e le collaborazioni. L’utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione applicate alla città consente di ampliare la consapevolezza dei mutamenti e la partecipazione alla loro attuazione, assegnando alle strutture comunicative (reti civiche, portali, urban center, geoweb, social network, etc.) una nuova missione creativa nei processi di comprensione degli obiettivi e di pianificazione strategica. La diffusione delle ICT consente, inoltre, di intervenire anche sulle componenti materiali della città: nel monitoraggio dei fattori di congestione e degrado, nella riduzione degli spostamenti, nel controllo dell’inquinamento, nel miglioramento del modo in cui lavoriamo. La città cablata agevola la delocalizzazione dei servizi e il riposizionamento delle centralità. La Comunicazione, quindi, agisce nel dominio dei mezzi attraverso cui nella città creativa viene agevolato il processo di innovazione e condivisione e si incrementa il dinamismo.
Numerose esperienze di città creative sono riconducibili alla promozione, progettazione ed attivazione di aree urbane che tendono a basare la loro attrattività e competitività sulle specificità culturali connesse al valore di “città-simbolo”, sul loro specifico e tacito patrimonio di conoscenza ed innovazione, ponendo l'attenzione sulla possibilità di indirizzare la loro evoluzione verso il valore aggiunto della creatività. Le aree di trasformazione urbana, quindi, oltre al recupero della qualità fisica ambiscono a diventare veri e propri “cluster creativi”, esito di iniziative economiche, sociali ed infrastrutturali che, a partire dalle attività preesistenti, siano in grado di realizzare "progetti innovatori", implementati all'interno di adeguate strategie pianificate di sviluppo locale fondate sulla crescente soft economy, cioè sulla economia prodotta dalle qualità territoriali e dalle eccellenze. L'aggettivo "creativo", che identifica questa tipologia di cluster, va letto non solo in riferimento alla tipologia di attività in esso realizzate (le creative industries) ma in riferimento all'esistenza dei fattori innovativi della cultura, della comunicazione e della cooperazione ed all’esistenza di una volontà di introdurre adeguate politiche infrastrutturali, sociali, produttive e finanziarie per attivarli. Sono cluster creativi, quindi, quei sistemi urbani in cui è possibile rintracciare una precisa visione culturale che indirizza, regola e gestisce il processo di sviluppo in modo da influenzare e pilotare le opportunità ed indirizzare gli obiettivi strategici.

Quali crede che dovranno essere i protagonisti di un’urbanità proiettata al futuro?
Artisti, progettisti, comunicatori, agenti di sviluppo locale, attivisti di comunità saranno figure chiave della città del futuro. Nella mia ottica, il terzo fattore di creatività urbana è la Cooperazione, intesa come forma attiva della partecipazione, nuova dimensione progettuale del melting pot urbano. Nelle città globali e multiculturali non possiamo più accontentarci della tolleranza, intesa come semplice accettazione dell’esistenza di altre culture e di altre etnie, ma che rimangono separate dal flusso vitale della città. La sfida delle città creative risiede invece nell’integrazione cooperativa delle differenze nel processo evolutivo, nella comune tensione verso la collaborazione delle diverse culture al progetto di futuro. Nuovi stili dell’abitare sorgono e si sviluppano nelle città europee, producendo una rimodellazione dei centri e delle periferie, una ridefinizione delle loro parti in un’ottica policentrica e multi-identitaria. La Cooperazione, quindi, possiede anch’essa un carattere proattivo: significa essere in grado di mettere insieme componenti focalizzandone l’azione verso obiettivi e risultati comuni. La città creativa non è solo una città più aperta, multiculturale e multietnica, ma è una città capace di mobilitare le sue diversità verso il nuovo progetto di città, attivando forum, realizzando “luoghi di prossimità” dove agevolare il confronto e la visione collettiva, localizzando nuove centralità multiculturali. La Cooperazione, quindi, ridefinisce il ruolo delle comunità urbane, assegnandovi nuovi ruoli e più chiari obiettivi.

E quale il ruolo delle istituzioni in quelle che lei definisce “Creative Cities”?
La volontà di attivare cluster di creatività urbana richiede una poderosa governance a sostegno del network di soggetti che dovranno cooperare per il raggiungimento dell’obiettivo della messa in valore delle risorse e il radicamento dei risultati sul sistema territoriale. Una potente armatura pianificatoria, progettuale e gestionale deve avere come obiettivo primario quello di evitare l’effetto pulsar che spesso accompagna gli eventi o le attività culturali. Il cluster, quindi, piuttosto che un aggregatore di attività deve fungere da “commutatore” delle energie immateriali legate alla cultura, all’arte ed al tempo libero in risorse finanziarie, produttive e sociali per la città che le accoglie e per il territorio di contesto.
Una efficace politica di sostegno alle città creative dovrà perseguire l’obiettivo del rafforzamento della competitività del sistema urbano nel contesto regionale e internazionale, attraverso il potenziamento della “competitività” nei rispettivi mercati del sistema di imprese culturali che costituiscono il cluster, (museo, teatro, musica, multimedia, sport, etc.) e l’incremento della “attrattività” dell'area urbana sede degli attori che costituiscono il cluster (soprattutto se sono attori di livello internazionale). A Lione, ad esempio, stanno trasferendo il proprio quartier generale numerose multinazionali attratte dalla qualità della vita e dal dinamismo urbano. Il primo tema riguarda essenzialmente le capacità produttive del tessuto imprenditoriale connesso alle attività creative, mentre il secondo non può che essere affrontato dagli attori istituzionali, chiedendo una poderosa capacità di strategie, di placement e di credibilità internazionale, come è accaduto a Valencia con l’America’s Cup. Si tratta, tuttavia, di due questioni fortemente interdipendenti: lo sviluppo del cluster è funzione diretta delle condizioni che rendono attrattivo il territorio urbano sia per le imprese che per le altre tipologie di attori gestionali e che quindi ne migliorano i livelli di competitività. L'attrattività di un'area urbana come sede di un cluster creativo dipende da tre fattori: a) dalle risorse (tangibili e intangibili) disponibili nel territorio; b) dai fattori che determinano la qualità della vita nell'area urbana e che fungono da attrattori della “classe creativa”, potente risorsa per il cluster, ma contemporaneamente chiaro indicatore di efficacia delle politiche; c) dall’immagine percepita all'interno e all'esterno della città relativamente alla coerenza tra le produzioni del cluster e la "vocazione" della città stessa, il cosiddetto “city brand”, cioè l’immagine percepita della vitalità, della qualità e delle potenzialità possedute dalle città. Oggi, infatti, sempre più rilevante nelle politiche localizzative, soprattutto per quanto riguarda il settore della cultura, degli eventi e del tempo libero, è il City Brands Index (Anholt, 2008) il quale in base ad un’analisi multicriteria calcola l’immagine percepita delle grandi città e la conseguente affidabilità delle proposte, la garanzia degli investimenti e la certezza dei risultati (solo per fare qualche esempio la prima città è Sidney, seguita da Londra, Parigi, New York, Roma, Melbourne, Barcelona, Vancouver, Amsterdam e Montreal).

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