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XISTER newsletter > Anno 2 > numero .7 > Ottobre 2008
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VOICEOVER: zona d'ascolto
INTERVISTA a Massimo Canevacci
Antropologo urbano.
La metropoli mutante che cresce e diventa il terreno fertile di nuove forme espressive. Le periferie che stravolgono le regole delle architetture cittadine e si risvegliano al centro dell’incedere sociale. Il corpo come limine tra un dentro e fuori che lo fa osmotico. Agli occhi di un antropologo urbano la città è un mondo. Immenso, multiforme, in continua evoluzione. Proprio come ce la descrive Massimo Canevacci, docente di Antropologia culturale della Sapienza.
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• Professore, per lei la metropoli è la culla delle nuove tribalità. Quali sono i segni e i valori da ritrovare oggi dentro le comunità periferiche, fuori dalla vita delle metropoli, guardando verso le tradizioni vive e gli stili di vita più allineati al ritmo dell'essere umano?
Nella piena modernità il concetto di periferia aveva un significato diverso da quello odierno: all’interno di una città era chiaro cos’era il centro e cosa periferia, ma anche in macroregioni lo era, come nel Lazio, ciò che era centrale e periferico era chiaramente visibile, chiaro anche dal punto di vista dell’agire, delle dinamiche politiche e relazionali.
Nella contemporaneità questa classica definizione è venuta meno e viviamo un contesto a macchia di leopardo in cui i tanti centri e le tante periferie si innestano uno accanto all’altra e si trasformano..
• Un esempio?
Piazza Vittorio a Roma, un posto molto centrale realizzato dai cosiddetti architetti torinesi dopo l’unità d’Italia, che negli anni ’60,’70 iniziò ad avere un declino. Declino dovuto a tante ragioni tra cui l’insediamento di persone che venivano da altri Paesi. Come risultato i romani se ne andarono, ci fu degrado nelle abitazioni e piazza Vittorio, a 500 metri da Termini, diventò una periferia. Era la periferia al centro di Roma. Poi con i processi di trasformazione, centrification, con l’arrivo dei cinesi, c’è stata una rivalutazione del concetto di multicultura, poi intercultura, e si è verificata una rivitalizzazione per cui tutta la zona Esquilino ora non è centro né periferia, è una zona di mezzo, ma certo non è più periferia. Anzi è diventato un laboratorio per capire come si trasforma la metropoli contemporanea. Questo è un esempio che si può estendere anche ai paesi che sono nell’hinterland di Roma: si tratta di luoghi che vivono una dimensione periferica, dove si riversano le tradizioni popolari. Ma le sante, le madonne, le processioni, spesso vengono riprese per creare un centro di attrazione turistico, che è più importante della rivitalizzazione culturale stessa.
• Qual è quindi il significato di ‘periferia’ oggi?
Guardando agli strati periferici delle città quello che è possibile affermare è che queste persone sono sempre meno periferiche, perché non si è centrali stando nel centro, ma lo si diventa con l’essere connessi. La navigazione in Internet, ad esempio, è un modo per non essere periferici o per esserlo in modo atipico. A loro si può guardare anche per la rivalutazione del mangiare locale e su questo quindi creare relazioni.
I valori che cercano in parte di riprendere certe tradizioni del mangiare locale ad esempio mi sembrano un buon modo per ricontestualizzare qualcosa lontano nel tempo e nello spazio e crearvi relazioni.
• In quest’ottica può essere interessante riscoprire il mediterraneo come humus comune di cultura e comunicazione nell'era dei social network? Nel senso: villaggio globale sì, ma piuttosto che stare tutti con tutti, potremmo confrontarci con i legami geografici e con gli interessi comuni?
Il mediterraneo è stato un luogo di condivisione, ma spesso si dimentica che è stato anche l’area di conflitti terribili e ancora lo è, tra culture, tra società, tra religioni. Vederlo come un tutto unico che ha prodotto una cultura unitaria secondo me è totalmente sbagliato. All’interno del mediterraneo ci sono flussi, ci sono tensioni, conflitti molto significativi nei quali c’è anche un processo bello di ibridazione e in passato era facile transitarvi, come in Libano crocevia di culture differenti. Attualmente invece il Libano è sempre più diviso, come molti Paesi del mediterraneo, specie nel Sud. Quindi non lo vedrei come un mare felice dove tutti creiamo un’unica cultura, ma un mare di grandi tensioni e conflitti e che attualmente potrebbero risolversi non in termini drammatici ma in termini di cooperazione. Onestamente mi sembra molto difficile però, non sono ottimista su questo.
• Quanto e come i linguaggi della comunicazione dovrebbero prestare attenzione alle sottoculture metropolitane?
Il brand dovrebbe affermare un certo tipo di identità rispetto alla quale connettersi ed esplicitare strati diversificati della popolazione. Attraverso la comunicazione il marchio ha un’opportunità, che è quella che io chiamo etnografia: quella capacità del dettaglio, di cogliere gli elementi apparentemente poco significativi, quasi insignificanti, di piccole minoranze, a volte di singole persone addirittura, tra i quali emergono codici di comportamento che non sono semplicemente orientati verso quelle singole persone ma che hanno capacità di attirare segmenti di altri strati.
Chi fa comunicazione dovrebbe avere capacità di fare etnografia nella metropoli, cioè ricerca attenta sul campo per individuare i codici, i comportamenti, gli stili, le reazioni tra corpo bodyscape, ovvero corpo panorama, e location, cioè interstizi, zone, aree geografiche, che a volte favoriscono l’emergere di un nuovo codice che può diventare di enorme significato per chi fa pubblicità.
• Crede che il modo di fare advertising possa essere un’occasione per dare e non solo per ricevere? Certe forme di comunicazione, insomma, possono diventare un arricchimento?
Su questo sono molto d’accordo, nel senso che un certo tipo di moralismo omologante delle scienze sociali, degli anni ‘60, ’70, non riusciva a capire che all’interno della comunicazione pubblicitaria a volte si riescono a veicolare non solamente messaggi, ma un vero e proprio modo di favorire un tipo di comunicazione dolce, a volte anche spiritosa, allegra, che riesce a dare anche un colpo di spirito, uno slang che poi diventa un momento significativo delle relazioni tra persone che ricordano quella sequenza, quella battuta, quel personaggio.
Allora una pubblicità attenta a queste cose dovrebbe favorire, con grande responsabilità, la capacità di comunicare elementi progressivi che facciano divertire, ma che sappiano dare un messaggio progressivo rispetto ai tanti problemi che la metropoli offre.
• La pubblicità non convenzionale ne è un esempio.
Esattamente. Mentre la pubblicità tradizionale è un messaggio forte, ripetuto, quasi ossessivo, altre forme pubblicitarie creano contesti e relazioni. Hanno questa capacità di stabilire relazioni non solamente a livello semiotico, comunicazionale, del messaggio, ma anche con le persone che lo ricevono sollecitando una attiva ricezione e una creativa rielaborazione. Parliamo in pratica di pubblicità evocativa, che si basa su emozioni, proprio come fa un certo tipo di design, l’experience design; la pubblicità può sollecitare esperienze ed emozioni e io vedo con grande favore la comunicazione che va in questa direzione.
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