XISTER newsletter > Anno 2 > numero .20 > Maggio 2010




VOICEOVER: zona d'ascolto
INTERVISTA a Matteo Stefanelli

Università Cattolica Milano

Il nome del suo blog dice già molto: Fumettologicamente Matteo Stefanelli, ricercatore all’Università Cattolica di Milano, si nutre di segni, storie, fantasie illustrate. Tra i maggiori esperti di fumetti in Italia, ci ha detto la sua su Pic Nic e ne abbiamo approfittato per farci raccontare scenari presenti e futuri di un mondo che lui descrive come “un malaticcio pieno di talento”. Dal fumetto pop alla relazione con il brand, nella nostra conversazione Stefanelli riflette con noi sulle novità che un progetto inedito come Pic Nic porta con sè, a partire dallo scardinamento dell’equazione fumetto=edicola.


I Superamici e Pic Nic, il loro nuovo progetto: quali novità portano nel mondo dei fumetti?
Direi almeno tre novità non da poco: un inedito modello di prodotto gratuito, una distribuzione alternativa più vicina al pubblico giovane, e uno spirito curioso e un pò anarchico, come solo dei sani post-adolescenti sanno fare. Se fossero una band musicale, direi che i Superamici suonano una musica che è un mix tra la forza dell'indy rock e la freschezza del power pop.

A proposito di loro hai parlato recentemente di fumetto pop: ci spieghi perchè?
È una lunga storia. La premessa è che il mondo del fumetto è abituato a "immaginarsi" in due o tre categorie: fumetto popolare, fumetto d'autore e negli ultimi anni fumetto indipendente. Ma il lavoro di Pic Nic - e di altri autori in giro per il mondo - non si spiega un granchè usando queste etichette generiche. Per questo da anni parlo della necessità di usare altre definizioni, e suggerisco di distinguere, per esempio, l'idea di fumetto popolare - che in fondo vuol solo dire "per tutti" - dall'idea di fumetto pop, più attenta a certe caratteristiche di "energia" del prodotto. Perchè il fumetto pop è popolare sì, ma diverso dalla tradizione 'realistica' del secolo scorso, e in un certo senso alternativo ad esso: è intrattenimento, ma genuinamente divertito e senza ambizioni di verosimiglianza; ed è disegnato/scritto senza puntare alla sperimentazione artistica, ma sempre cercando di cogliere la novità degli stili emergenti, più che il desiderio di rinnovare le antiche tradizioni.

• Come potrebbe cambiare la fisionomia del tradizionale pubblico amante dei fumetti con questa –quasi- inedita forma di distribuzione free press?


Non faccio il futurologo. Per ò vedo due grandi opportunit à, una di recupero di pubblici 'dispersi', e un'altra di conquista di nuovi lettori. La prima è che un prodotto con questi contenuti pop - e con la spinta della gratuit à - può permettere di ritrovare giovani lettori perduti dagli editori a causa di un'offerta che oggi, purtroppo, tende ad essere poco giovanile e sempre più costosa. La seconda è che la scelta di un circuito di distribuzione come quello legato alla musica e ai negozi di certi brand, può avvicinare i giovani non-lettori di fumetto in un modo quasi (e di quel quasi mi sento un pò responsabile, grazie all'iniziativa delle ZeroGuide mai tentato prima. Dita incrociate, quindi. Ma le prospettive sono interessantissime.



• Quali effetti pensi che possa determinare, nell'immediato e a lunga distanza, questo nuovo mezzo di diffusione gratuita e larga scala, sulla fruizione dei fumetti, sulla loro rilevanza culturale e posizionamento commerciale?


Sempre evitando di fare previsioni, credo che il vero effetto profondo potr à essere quello di intaccare il senso comune che vuole l'equazione fumetto=edicola. In Italia questa associazione è storicamente molto forte, e ha reso il fumetto una cultura "mono-canale", limitandone tantissimo la circolazione. Ma oggi che la libreria (lentamente) e Internet (pi ù rapidamente) sono in crescita, l'uso di canali alternativi - gratuiti e non - è un dato di fatto. E insistere sui circuiti di musica o abbigliamento potrebbe contribuire a seminare l'idea che anche il fumetto, come cinema, tv narrativa ecc. è un contenuto multipiattaforma, in grado di raggiungere pubblici numerosi e diversi, a patto di essere disponibile a "seguirli" laddove sono e non illudendosi di "portarli" verso un solo canale.



L’aspetto business. Pic Nic si inserisce in un progetto pi ù ampio, di avvicinamento dei brand ad un linguaggio per loro nuovo. Brand che attraverso modi diversi, più o meno diluiti nelle storie raccontate, possono dialogare anche indirettamente con chi legge Pic Nic. Come valuti questo aspetto?


Lo valuto molto positivamente. E non solo perch è lo pratico personalmente, con il progetto ZeroGuide. Penso anche a operazioni recentissime come quella del marchio di arredamento Skitsch, il cui catalogo è stato interamente realizzato a fumetti. Ma in fondo la relazione tra fumetto e brand è antica quanto i comics stessi: lo sapete che quasi 80 anni fa lo stesso formato comic book si diffuse proprio come 'gadget' di prodotti della Procter&Gamble? È la forza del disegno e della grafica associate al racconto: una possibilit à di sintesi e reinterpretazione delle caratteristiche e degli immaginari dei brand che è tipicamente flessibile (ogni disegnatore ha una "mano" diversa) e ricca in libert à: con il disegno, che a differenza della fotografia non è mai 'neutro', si è 'costretti' e re-immaginare, aggiungendo ai brand nuove idee e sfumature formali che possono arricchirne l'identità.

• Qual è lo stato attuale del fumetto in Italia rispetto al panorama internazionale?
Diciamo che la sua salute è quella di un "malaticcio pieno di talento". Ovvero si continuano a produrre artisti rispettati e sempre più presenti e richiesti sulla scena internazionale. E questo anche se sul suolo nazionale il mercato vede restringersi la propria base di pubblico, e si esportano sempre meno "prodotti italiani", soprattutto popolari. Credo che siamo di fronte a una situazione paradossale: da un lato uno stallo industriale, e dall'altro un forte ricambio generazionale. Uno scenario che forse è meno statico di quel che sembra.

Leggi il blog di Matteo Stefanelli


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