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VOICEOVER: zona d'ascolto
INTERVISTA a Richard Castelli
Curatore d'arte.
La genesi, lo sviluppo e la meta di un’esposizione che in termini di artisti in mostra, temi e linguaggi non ha equivalenti in Italia.
DigitaLife è l’esposizione che inaugura La Pelanda, lo spazio espositivo appena restaurato nell’area dell’ex Mattatoio, nel quartiere Testaccio di Roma.
E Richard Castelli, direttore artistico del percorso fatto di installazioni e proiezioni, ci racconta da dove arriva e in quale direzione va il suo progetto.
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• Qual è il progetto alla base di DigitaLife?
È la continuazione della mia collaborazione con Romaeuropa dopo Sensi Sotto Sopra al Palladium e Partos10 al Palazzo Fendi. La Pelanda permetteva di allestire un’esposizione ancora più importante sulle arti elettroniche, che non ha equivalenti in Italia.
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Come interagisce la mostra con lo spazio La Pelanda?
La Pelanda raggruppa degli spazi che permettono sia la presentazione di opere monumentali come quelle di Bruyère, Langheinrich, McIntosh, Redl et Sakamoto+Takatani, sia di opere più intime come quelle di Maire, Martux_M et Partos. È una delle sue caratteristiche, rara nei luoghi espositivi.
• Quale sarà il ruolo del fruitore nel percorso espositivo?
Come in tutte le mostre, il suo ruolo sarà quello di sentire, di emozionarsi, meravigliarsi, interrogarsi….
• Come dovrebbero essere considerate le arti digitali rispetto alle arti plastiche?
Non credo che le si debba considerare molto diverse dalle arti plastiche. Utilizzano semplicemente altri strumenti in più.
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Ci sono luoghi, in Europa o al di là dell’Europa, capaci di interpretare meglio la realtà artistica contemporanea?
Più che luoghi ci sono degli artisti. Questi artisti non sono raggruppati in un’etnia, una nazione, una città. La maggior parte di loro si forma a partire dal proprio ambiente, poi da quello che incontra negli spostamenti, che sono più numerosi e si spingono più lontano rispetto a qualche tempo fa.
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